utile riflessione

15 giugno 2008

Leggo sul Corriere della Sera del 14 giugno 2008 e porto alla vostra attenzione. Fausto Fogliati

Caro direttore, dopo la sconfitta elettorale, nel Pd si sta svolgendo una discussione, in forme talvolta aperte, talvolta sotterranee, che rischia di mettere a repentaglio nella culla la vita di quel partito o di deformarne i tratti più innovativi. In questo dibattito si intravede spesso la tentazione di lucrare sullo spaesamento causato dalla sconfitta e dalla luna di miele del governo per logorare Veltroni in maniera obliqua, conquistare posizioni negli organismi interni o riaprire vecchie ostilità, anche da parte di chi non ha da proporre una strategia o una leadership alternative. Nei giorni scorsi, Arturo Parisi ha posto invece, come di consueto, in maniera trasparente un serio interrogativo di merito, che la classe dirigente del Pd non può eludere. Secondo Parisi la strategia della «separazione consensuale» voluta da Veltroni e Bertinotti si è dimostrata un errore, non ha allargato il campo elettorale del centrosinistra e dunque va profondamente ripensata. I dati sono noti. L’ area dei partiti facenti parte dell’ Unione nel 2006 ha perso più di due milioni di voti. L’ area PdL-Lega-Mpa ne ha guadagnati circa un milione e mezzo, l’ Udc ne ha persi circa cinquecentomila. Nell’ area dell’ Unione, la Sinistra Arcobaleno ha perso circa due milioni e quattrocentomila voti. Il Pd ne ha ottenuti rispetto all’ Ulivo centomila in più. Parisi esclude che la sconfitta sia dovuta al modo in cui quella strategia è stata interpretata. C’ è chi considera infelici alcune candidature, mentre pochi contestano che la campagna elettorale sia stata condotta da Veltroni in maniera egregia. Devo dire però che a mio avviso nemmeno la proposizione principale è convincente. Il confronto programmatico di cui Parisi lamenta l’ assenza, quello che avrebbe potuto portare a una ricostruzione del centrosinistra, non avrebbe avuto come interlocutore unico Bertinotti, ma si sarebbe dovuto svolgere con Diliberto, Pecoraro Scanio, Salvi, Mussi, Boselli e Giordano. Non avrebbe messo capo ad una alleanza tra il partito della sinistra riformista e quello della sinistra radicale, quanto piuttosto alla replica dell’ Unione del 2006, incattivita dall’ esperienza dei due anni precedenti. D’ altro canto, se il Pd ha perso voti moderati con la separazione, perché mai avrebbe dovuto perderne di meno, o guadagnarne, rimanendo legato allo schema della XV legislatura? Avrebbe perso molto meno verso l’ astensione? C’ è da dubitarne, se, come pare assai plausibile, una delle motivazioni che hanno spinto una buona parte dei suoi elettori a punire in maniera così dura la Sinistra Arcobaleno è stata proprio la litigiosità esibita a danno del governo Prodi. Se questo è vero, all’ indomani della crisi del governo Prodi c’ erano in realtà due sole opzioni. Andare incontro ad una sconfitta ugualmente pesante dell’ intero centrosinistra ma con un Pd un pò più piccolo, ancora una volta incapace di presentare una sua visione riformista al Paese, ancorato ad una sinistra radicale parossisticamente divisa in tre o quattro sigle. Oppure offrire una chance al Pd di coltivare l’ ambizione (dimostratasi poi smisurata) di vincere da solo dandosi in questo modo una identità più netta, e dare al tempo stesso una chance alla sinistra radicale di superare le sue irragionevoli divisioni. Noto, incidentalmente, che con il sistema elettorale proposto da Veltroni, ma osteggiato da Bertinotti, la separazione sarebbe stata meno aspra e oggi la Sinistra Arcobaleno avrebbe suoi rappresentanti sia alla Camera che al Senato. Insomma, una strategia diversa non avrebbe fatto una gran differenza sull’ esito complessivo perché il voto del 2006 è stato in larga misura «retrospettivo», dettato cioè da valutazioni negative sulla coalizione di centrosinistra, condite con un sentimento antipolitico che ha finito per allignare soprattutto negli elettori di quel campo ed ha penalizzato soprattutto chi stava allora al governo. Dato il sistema in vigore, sulla base dei risultati e del dopo, semmai, viene da chiedersi se non sarebbe stato meglio per il Pd presentarsi completamente da solo. Questa lettura «congiunturale» della sconfitta non ne esclude peraltro una strutturale: che l’ elettorato italiano continui ad essere poco mobile tra i blocchi del centrodestra e del centrosinistra. Se è così, in futuro il Pd dovrà porsi il problema di costruire alleanze diverse o più larghe e decidere in quale direzione guardare. Possibilmente senza abbandonare la vena riformista e la vocazione maggioritaria, senza diventare un partito di correnti e di caminetti, sforzandosi di diventare sul serio, come sostiene Parisi, il partito nuovo che ha detto fino ad ora di essere. Vassallo Salvatore

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